Educare significa ascoltare e cogliere: il Metodo Facci
Intervista a Raffaele Facci, ideatore del Metodo Facci, che mette al centro dell’ambiente scolastico la relazione, la prevenzione e la promozione di un Villaggio che Educa.
Come nasce l’idea del Metodo Facci?
Il Metodo Facci nasce dalla mia esperienza nella scuola. Quando entrai di ruolo insegnavo in un liceo in Veneto, ma avevo il desiderio di lavorare in un istituto professionale, perché mi interessava soprattutto l’aspetto umano. Arrivai così ad un istituto professionale emiliano, dove insegnavo diritto ed economia. Il mio insegnamento riguardava soprattutto i valori della convivenza, il rispetto delle regole e la Costituzione. In quel periodo la mia collega di italiano era disperata perché non riusciva a fare lezione a causa del comportamento dei ragazzi in classe. Io sono counselor rogersiano e avevo studiato Scienze politiche con indirizzo sociologico, così iniziai a collaborare con lei per aiutarla. Da quell’esperienza nacque il Primo Approccio al Singolo nel Gruppo Classe nelle classi prime. Devo inoltre ricordare che, dagli inizi, il gioco di squadra si qualificò nell’azione di qualità operativa con la dirigenza.
L’idea di fondo è molto semplice ma per me fondamentale: l’insegnamento è una risorsa per stare bene nel contesto scolastico.
Uno degli elementi centrali del Metodo è la figura del facilitatore-tessitore. Chi è?
Il facilitatore-tessitore è una figura particolare, che non trovo nei termini che pratichiamo, nelle realtà che conosciamo. Nella mia esperienza di venticinque anni ho maturato l’idea che il facilitatore debba prendersi cura della comunicazione e delle relazioni nella quotidianità della scuola.
Le relazioni costituiscono la vera tessitura. Il facilitatore si occupa quindi di curare il gioco di squadra interno alla scuola. Per poterlo fare, però, sono indispensabili la reciprocità e la fiducia della dirigenza e dei coordinatori di classe. La dirigenza deve dare credito al facilitatore e condividere con lui/lei tutte le informazioni possibili riguardanti gli attori e i fatti che avvengono nella scuola. Il facilitatore-tessitore deve poi entrare in relazione con il ragazzo e con i suoi genitori, anche attraverso gli strumenti telematici, come la messaggistica istantanea.
Il suo compito è soprattutto preventivo, e questa funzione preventiva nasce proprio dalla fiducia che gli viene riconosciuta. Il facilitatore, inoltre, non lavora soltanto con i singoli ragazzi: al bisogno, può intervenire con piccoli gruppi e con interi gruppi classe.
Che cosa significa, concretamente, fare in modo che un territorio diventi il “Villaggio che Educa”?
Uno dei problemi maggiori dei ragazzi oggi è quello di essere come monadi che si aggirano sul territorio in preda alla solitudine. L’educazione, invece, è responsabilità di tutti gli attori che il ragazzo frequenta. Per questo la scuola deve essere in dialogo con la comunità territoriale. Il ragazzo porta fuori ciò che ha vissuto dentro la scuola e, allo stesso tempo, porta nella scuola ciò che vive all’esterno. È quindi fondamentale cogliere le connessioni.
Bisogna avere un quadro delle possibilità che il ragazzo incontra una volta uscito da scuola. Normalmente torna a casa all’ora di pranzo e può non trovare i genitori perché lavorano; nel pomeriggio studia, fa sport oppure frequenta altre realtà aggregative. È necessario quindi capire quale sia la qualità degli ambienti che frequenta, compresa la famiglia, che in molti casi può trovarsi in una situazione di precarietà. In una situazione di questo tipo bisogna avere il polso della rete territoriale. Nella mia esperienza, all’inizio vado nelle classi prime per costruire una conoscenza dei ragazzi, ma dopo poco mi trovo oberato dalla gestione dei casi più sensibili, come le sospensioni disciplinari. In questi casi il facilitatore deve accudire il ragazzo, evitando che venga lasciato disperso sul territorio. Se, per esempio, un ragazzo si allontana da una compagnia legata alla delinquenza o allo spaccio, bisogna assolutamente trovargli una comunità alternativa.
Il facilitatore-tessitore, però, non può fare tutto da solo. Deve individuare altri attori che possano dare una mano: i genitori, il parroco, ragazzi più maturi, insegnanti. È attraverso questa rete di relazioni che si può costruire il vero Villaggio che educa.
Perché è importante accompagnare nel tempo la crescita dei ragazzi e non intervenire soltanto quando emerge un problema?
Intervenire nel tempo è fondamentale anche perché permette di alleggerire il carico sulle spalle del facilitatore. In questo senso è nato anche il gruppo dei ragazzi TAC, “testa attaccata al collo”, formato su richiesta dei ragazzi. Questi ragazzi contribuiscono al sistema preventivo, perché possono aiutare il facilitatore-tessitore anche semplicemente informandolo quando percepiscono dinamiche pericolose tra i compagni.
È importante, inoltre, mantenere una presenza costante nel corso del tempo. A volte è sufficiente anche solo un saluto durante la ricreazione.
Ricordo, per esempio, un ragazzo che aveva compiuto un atto di bullismo al secondo anno e che è riuscito ad aprirsi soltanto al quinto anno. Questo dimostra quanto sia fondamentale la prossimità nel tempo. La relazione educativa non si esaurisce quindi nel momento dell’emergenza. Bisogna continuare a esserci, anche quando apparentemente non accade nulla.
Il Metodo Facci è nato nella scuola, ma può essere adattato anche a oratori, società sportive, associazioni e centri di aggregazione giovanile. Che cosa accomuna tutti questi contesti?
La mia esperienza è partita dalla scuola per poi svilupparsi verso l’esterno.
Solo un anno fa, per esempio, ho ricevuto una richiesta da parte di un’associazione di nordafricani. C’era un ragazzo che era stato sospeso per una rissa e che era destinato alla bocciatura. Ho iniziato a incontrarlo non a scuola, ma direttamente nella sede dell’associazione. Durante uno degli incontri sono riuscito a coinvolgere anche la sua insegnante di matematica. Quel ragazzo rifiutava la scuola e voleva allontanarsene, ma incontrarlo in un ambiente diverso lo aiutò molto. L’insegnante gli disse: «Se torni nella nostra scuola io ci sarò sempre». Il ragazzo tornò l’anno successivo, dopo la bocciatura, ed era molto cambiato.
Un altro esempio è quello della parrocchia. In questo contesto si incontrano ragazzi provenienti da scuole diverse e si possono creare raccordi con le rispettive scuole di riferimento, anche attraverso la collaborazione con i genitori. Questo dimostra che la relazione educativa non appartiene a un unico luogo. Può svilupparsi in tutti gli ambienti nei quali i ragazzi vivono, crescono e costruiscono le proprie relazioni.
Che cosa significa “educare” oggi?
Educare oggi significa ascoltare e cogliere. Significa ascoltare il ragazzo e coglierlo per quello che è e per quello che fa. Bisogna offrirgli la possibilità di una prossimità continuativa, sia attraverso l’incontro faccia a faccia sia attraverso i nuovi media.
Se parliamo di un vero “Villaggio che Educa”, diventa inoltre molto importante lo scambio intergenerazionale tra persone di età diverse. La sapienza di chi è più avanti negli anni può avere un impatto importante sulla freschezza del ragazzo. Allo stesso modo, i più giovani, e in particolare i preadolescenti, sono una sorta di cartina di tornasole del cambiamento sociale. Per questo non possiamo fare a meno di mantenere il polso su queste fasce d’età e sui significati che questi ragazzi attribuiscono a una realtà che cambia.
Educare, in definitiva, significa esserci, ascoltare, comprendere e costruire intorno al ragazzo una rete di relazioni capace di accompagnarlo nel tempo.
Raffale Facci è formatore di un nuovo corso in partenza presso il LED nel 2027, volto all’approfondimento del Metodo Facci. I principali destinatari del corso sono tutti coloro che ricoprono i ruoli di insegnanti, genitori, educatori e, più generalmente, per chi è in contatto con preadolescenti e adolescenti.
di Sara Giuffrè











