Pensando ad una apertura interculturale
riflessioni per cercare di andare insieme Verso Comunità Interculturali
La crisi della cultura occidentale è conclamata e con essa, il tema del cambiamento che ogni crisi propone, come dice C. Rogers “Lo scenario del futuro … sembra muoversi inesorabilmente verso il cambiamento della nostra cultura. E il cambiamento sarà in direzione di una maggiore umanità.”
Data per assodata la crisi e la necessità di un cammino verso il cambiamento il problema sembra essere il come.
Ogni crisi, infatti, può essere vissuta come opportunità evolutiva attivando piste di ricerca, collegamenti e apertura al nuovo oppure può essere percepita solo come rischio generando paura, stagnazione nel presente, chiusura.
Il panorama che abbiamo intorno se mostra anche spunti di ricerca e apertura vede una cultura occidentale che sembra arroccarsi al suo interno girando in cerchio intorno a sé stessa. Certo non è facile modificare i paradigmi di riferimento ma il dato certo è che è assai difficile modificarli senza aprirsi all’esterno entrando in ascolto e scambio di altri paradigmi.
Come diceva A. Einstein “Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato”.
Gli uomini non sono stati, non sono e non saranno sempre uguali. Anzi. Sotto tutte le latitudini e in tutti i tempi le civiltà e i loro maestri hanno costruito differenti modi di conoscere il mondo. Solo conoscendo e combinando insieme queste filosofie, trovandone le analogie, possiamo probabilmente ottenere un aumento del nostro sapere sulla vita e sull’universo.
E’ come quando guardiamo qualcosa con un solo occhio oppure con due, nel secondo caso combinando le visioni di tutti e due gli occhi otteniamo quella che si chiama profondità di campo.
Molteplici visioni del mondo aumentano la profondità di pensiero.
Questa difficoltà è generata anche ma non solo dalla storia che ha visto l’Europa schiavizzare e colonizzare gli altri mondi assumendo a giustificazione una supposta superitorità culturale.
Varie voci si sono levate in discontinuità con questa storia.
B. Russell scrisse nel 1945 “Storia della filosofia occidentale” primo libro di filosofia in cui veniva specificato che in esso si trattava di quella occidentale, a dire quindi che ve ne erano anche altre di filosofie.
Papa Francesco, in un susseguirsi di gesti, incontri, discorsi e dichiarazioni comuni con uomini e donne di Chiese diverse propose il superamento delle divisioni valorizzando le differenze in un cammino ecumenico che testimoniasse profonda continuità con la linea del Concilio Vaticano II.
Raimon Panikkar ha trasformato l’ecumenismo da unione tra Chiese cristiane a un abbraccio tra tutte le fedi del mondo. Chiamava questa visione “ecumenismo ecumenico“, un cammino di rispetto e ascolto profondo per fecondare le tradizioni religiose senza cancellare le differenze.
Il sociologo Zygmunt Bauman e Papa Francesco si incontrarono ad Assisi nel settembre del 2016. L’occasione fu l’incontro internazionale per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dalle famiglie francescane. I due condivisero un intenso momento di dialogo e un pranzo insieme, trovando una forte sintonia sui temi dell’inclusione, dell’accoglienza dei migranti e della cultura del dialogo contro l’indifferenza. Entrambi sostennero che la priorità del nostro tempo, la possibilità di cambiamento, era il dialogo, riapprendere a dialogare, a riconoscersi umani nella differenza di essere umani.
Ma c’è l’ostacolo del pregiudizio.
Negli anni di docenza a UNIMO uno dei libri di testo che inserivamo per l’esame di “Sociologia delle relazioni Interculturali” era “La pelle giusta” di P. Tabbet, edito nel 1996, una ricerca estesa in tutta la penisola nelle classi di bambini di età compresa tra i 7 e i 13 anni (scuole elementari e medie) . Questo studio voleva indagare l’immagine diffusa del nero dando un tema identico in centinaia di classi dal titolo “Se la tua peller fosse nera”.
Il risultato fu impressionante: il rifiuto e la paura di una simile ipotesi era dominante. Le ragioni erano le più diverse ma racchiudibili in alcuni stereotipi collegati all’Africa: malattie, fame, guerre e in particolare la paura del rifiuto di sé in quanto nero da parte dei bianchi, nulla appariva circa la possibilità di apprendere dall’Africa e sul valore della differenza. Come si sa il bambino già nei primi anni di vita sa distinguere tra l’immagine reale di una cosa e l’immagine di essa socialmente percepita, gradita o sgradita collocandosi di conseguenza.
Da Torino a Caltanissetta, tranne qualche raro caso la maggior parte dei ragazzi mostrò una sorta di rifiuto, paura e preoccupazione alla sola idea di avere un genitore con la pelle diversa. I loro commenti furono perentori, risultato di una cultura di appartenenza che non dà gli strumenti per comprendere la diversità.
Vi sono vari testi che propongono un altro punto di vista e tra i tanti – riferito al continenete africano – c’è “Quello che possiamo imparare dall’Africa. La salute come bene comune” di D. Carraro in cui si dice “L’Africa ci insegna che il lamento serve poco, ciò che fa la differenza è passare dal lamento al rammendo. E trovare strade nuove per dare valore a quanto ci sembrava perduto. L’Africa mi ha insegnato a mettere alla prova tutti gli schemi fissi, compreso un certo delirio di onnipotenza occidentale. Mi ha insegnato che la frugalità non è un limite ma può diventare un’opportunità per far leva più sull’intelligenza e lo studio che sul denaro. E a non aver paura dei figli: sono vita, coraggio, sfida, futuro, entusiasmo”.
L’esempio degli stereotipi e pregiudizi verso l’Africa può ovviamente estendersi, in modo relativo, ai paesi di altri continenti, il tema della differenza è tema centrale per la cultura occidentale.
2) Pensando ad un orientamento sul tema.
Il dato importante da considerare quando si pensa ad un orientamento o formazione di adulti sui temi interculturali è il dato di non conoscenza dell’altro.
Insegnanti, assistenti sociali, psicologi, medici e tutte le categorie con cui ho avuto occasione di lavorare, operando nella formazione nel corso di trent’anni, non sono portatori di una differente percezione. Prova ne sia il testo di G. Nobile “Coprimi le spalle. Quando lo scontro diventa incontro”, edito nel 2021, in cui si affronta il tema del razzismo e dell’integrazione in Italia attraverso la testimonianza diretta dell’autrice, fondatrice dell’associazione Mamme per la pelle e madre adottiva di due adolescenti.
Modificare il punto di vista, aprire alla possibilità del dialogo dialogante, aprire alla possibilità del dubbio e avviare percorsi di curiosità e scambio come si può fare?
Quando la reciproca immagine dell’altro è segnata da stereotipi o pregiudizi risulta inutile proporre di comparare i valori di un’altra cultura con quelli preserti poiché l’immagine pregiudiziale lo rende inefficace.
E’ necessario quindi costruire relazione con chi si ha di fronte, dare vita ad uno scambio narrativo di sé e della propria cultura che permetta di scoprire i modi differente con cui descriviamo e ci rapportiamo alla realtà.
L’approccio occorre sia centrato sulla persona.
I risultati ottenuti in tal senso sono stati eccellenti nel corso degli anni e permettono anche di cogliere il senso e la differenza tra termini quali assimilazione, multicultura, integrazione, inclusione.
Questi termini circolano oggi senza spesso si sia consapevoli del loro significato e degli esempi storico-geografici cui si riferiscono.

Claudio Cernesi
pedagogista, e counsellor professionista deII’Approccio Centrato sulla Persona, formatore esperto di antropologia culturale e relazioni interculturali, docente di Sociologia delle relazioni interculturali all’Università di Modena e Reggio Emila.
Da queste prime considerazioni di partenza cercheremo di interrogarci insieme attivandoci come comunità formatori e comunità di apprendimento. Vi aspettiamo al 4 ottobre a Villa S. Ignazio.



