Rimettere al centro la persona e i rapporti
” I care. C’è bisogno che io abbia cura di te, c’è bisogno che tu abbia cura di me”. (Rievocazione di don
Milani a Barbiana). Quando ci scopriamo per davvero bisognosi l’uno dell’altro, quando riusciamo a dare
centralità alla persona e ai rapporti, allora si scopre anche la forza misteriosa, ma reale, di una pace
disarmata e disarmante. E si spalancano le possibilità di vita vera. E’ la rivoluzione silenziosa che forse tutti
sogniamo.
Siamo in parlamento. Improvvisamente succede qualche cosa di completamente insolito. Due parlamentati
di schieramento opposto interrompono lo scontro verbale. Subentra un prolungato insolito silenzio: esso
crea meraviglia, curiosità, attenzione. Cosa sta succedendo? Gli sguardi di tutti sono protesi verso il volto,
gli occhi, la postura dei due. Un silenzio prolungato. Poi la voce calda, calma, di uno di uno: “Tu mi stai
dicendo che sei meravigliato del tono rispettoso con cui mi sono rivolto a te “dice. Pausa “Sì, è vero,
conferma poi l’altro. Io ho idee molto diverse dalla tue, ma sento di essere interessato per la tua persona; la
tua sensibilità mi colpisce. Ho la sensazione che ci sia fra noi la possibilità di un rapporto schietto,
costruttivo, senza maschere.” Fra loro c’è imbarazzo, ma anche gioia. Battute pacate, ritmo rallentato;
poche parole, dense, significative. In quell’aula sembrano venire da un mondo nuovo: dal profondo; forse
dal cielo. Una visione? Non può non meravigliare infatti che proprio nella sede dove in genere si realizzano
spesso gli scontri più spietati, la persona diventi più importante dell’ideologia, e il bisogno effettivo di
relazione spezzi le ferree logiche degli schieramenti. Alla confidenza dell’uno va seguito la confidenza
dell’altro. Si arriva alla commozione, non solo dei due, ma anche di molti parlamentari, mentre altri sono
palesemente imbarazzati.
A Carl Rogers era successo qualche cosa di simile quando – in un contesto di colleghi psichiatri restii a
riconoscere il valore terapeutico dell’ascolto empatico – propose una esperienza pratica di ascolto di uno
dei colleghi presenti. Rogers si predispose prima con un lungo silenzio, necessario per essere davvero
capace di accoglienza positiva incondizionata e il collega si trovò a spalancarsi a un livello di comunicazione
che mai avrebbe immaginato, arrivando alla commozione. Quando la confidenza e la trasparenza, la fiducia
sono piene si incomincia infatti a lasciar cadere tutte le maschere legate ai ruoli, al bisogno di potere sugli
altri. Ci si si aggancia allora al nostro modo di essere; fondamentale per sentirsi in una comunione
arricchente pur nella diversità.
Quell’aula vivrà entro poco tempo il miracolo di riuscire a permettere al ghiaccio dell’odio, del cinismo,
dello scetticismo di sciogliersi in calore, rispetto, confronto costruttivo, creatività. Alla abitudine di
difendere e contrapporre le proprie e identità, subentra ora una intelligenza emotiva che nasce dalla
percezione più chiara di dove stanno i problemi, dove sono le sacche di sofferenza nel paese alle quali vale
la pena dare attenzione privilegiata. I guerrafondai di un tempo scoprono l’inganno della risoluzioni veloci,
e della falsa sicurezza derivante dalla eliminazione del nemico. Arrivano perfino a sposare come più
realistiche e incisive le proposte di quelli che una volta erano gli ingenui e bonaccioni pacifisti. Le carte si
mescolano, rimangono però anche – per fortuna direi – le diversità di vedute. Ma ora queste diversità fanno
parte di un prezioso pluralismo che arricchisce maggioranza e opposizione.
La disumanità fino a poco tempo fa imperante, lascia ora spazio ad un senso di comunione sempre più
ampio, che contagia ampi spazi della società civile, del mondo della cultura e dell’arte. Si sta forse
realizzando il sogno che le infinite possibilità nascoste nei limiti e nelle piaghe di ciascun essere vivente
riescano ad attingere alle acque zampillanti della vita, all’amore misterioso che regge lo universo.
Dario Fridel


