IL DONO E LA GRATUITA’

In un contesto sociale in cui ogni cosa sembra essere considerata oggetto di scambio e, quindi,  avere un valore  in base al quale poterla acquisire, è importante richiamare l’essere valore del dono, del gesto gratuito, e prendere coscienza di tutti gli ambiti in cui questo già avviene, ma che appartenendo alla categoria del “dovuto” non ha più il sapore e la gratitudine del dono.

Il dono, infatti, scardina le categorie dell’interesse e del potere per portarci nel campo delle relazioni interpersonali concrete e dirette in cui l’individuo, ancora tutto rinchiuso in se stesso e quindi statico, si sperimenta come persona, cioè aperto all’altro nella sua dimensione più profonda, quella che è in noi motivo di crescita. È nella logica del dono che si definisce il vincolo sociale nella sua autenticità, perché avviene l’emancipazione dell’oggetto donato da cosa, valutabile in base al suo valore di mercato, a simbolo inteso nel suo significato originario del mettere insieme, di creare un legame.

Nella struttura originaria della pratica del dono “dare – ricevere – restituire”, dove la restituzione è liberamente scelta (…e soprattutto se non è rivolta al donatore, ma ad una terza persona, la quale a sua volta “restituirà” ad un quarta, e così via…) non imposta dall’esterno, c’è l’embrione di quella rete di obbligazioni reciproche, di interiorizzazione dell’altro come destinatario di attenzione e responsabilità e, insieme, di aspettativa e di domanda, che costituisce il vero tessuto  connettivo di ogni società, la possibilità stessa del suo stare insieme. Quell’aspetto fondamentale, dunque, che non potrebbe essere garantito né dalla logica del mercato, né dalla logica politica dello Stato, in cui il mantenimento del vincolo sociale è ottenuto dalla “costrizione” della legge.

Il legame sociale, per innescarsi e consolidarsi, per diventare socialità autentica, quella che nasce dalla libertà individuale intesa come impegno sociale (Amartya Sen), ha bisogno di “fedeltà”, che non possiamo, però, sperimentare nel sistema economico o nelle strutture del potere, ma in qualcosa che sta sotto o viene prima, qualcosa che agisce attraverso la “spontaneità vincolante” della gratuità, nel territorio caldo del dono, il quale per sua natura gratifica, aprendo contemporaneamente la strada alla riconoscenza, sentita tanto più come dovere quanto meno è pretesa.

I rapporti basati sulle leggi e sull’economia possono avvenire senza che gli uomini abbiano bisogno di comunicare o di esprimere sentimenti; non sono essi che possono creare una qualche forma di socialità che rappresenti il riconoscimento reciproco e la possibilità di darsi scopi di vita comuni in cui collocare la propria identità. Non sono essi che possono motivare un qualche vincolo di solidarietà, in cui la comunicazione raggiunge il limite estremo della condivisione dello stesso destino, cioè di uno stare insieme senza condizioni.

Come costruire allora un’autentica sfera della socialità e della reciprocità? Come raggiungere un equilibrio tra ciò che mi distingue dall’altro e ciò che mi unisce a lui? Forse accogliendo la gratuità del dono ricevuto, che se da una parte non implica nessun obbligo dovuto, dall’altra stimola il tendere all’altro, ed implica l’impossibilità a non cedere alla sua “provocazione”, l’impossibilità a non dirigere lo sguardo verso di lui. Attraverso il dono donato, inoltre, diamo il “diritto di parola” all’altro, lo invitiamo a rivolgersi a noi, a dialogare con noi, a riconoscere e a “dar peso” alla nostra esistenza, a “onorarla”.

Il dono, la gratuità, costituisce il fondamento dell’economia dei legami, un’economia che è sempre e costantemente attuale, ma che paradossalmente non vediamo, non riusciamo a percepire in tutto il suo immenso valore; sembra non esistere perché non viene espressa attraverso numeri; un’economia fatta di volontariato, di lavoro domestico, di cooperazione, di educazione e di crescita, di condivisione e di cura.

L’enorme valore prodotto da questa economia “gratuita” è totalmente assente dalle statistiche che misurano la ricchezza di un paese; è considerato solo un valore sommerso, ma è l’unico a creare il bene più prezioso: il legame, la coesione tra le persone.

di Antonio Zulato